Il Salento non è una terra, è un palinsesto. Ogni popolo che l’ha attraversata ha lasciato un segno: a volte una cicatrice, spesso un dono, sempre una storia. Per capirne l’anima, bisogna immaginarla come un ulivo secolare: radici greche, tronco romano, chioma bizantina, frutti spagnoli. E una linfa che è un mix di sangue, sudore e sale.

I Messapi: gli indomiti “primi”
Prima dei coloni greci, c’erano loro: i Messapi, popolo italico che costruiva città fortificate (come Lupiae, l’antica Lecce) e venerava divinità legate alla terra. A loro si devono i dolmen e i menhir che punteggiano la campagna – pietre erette come dita verso il cielo, forse calendari astronomici, forse altari. Furono guerrieri fieri: resistettero per secoli ai Greci di Taranto, finché Roma non li assimilò. Il loro lascito? La caparbietetà salentina, quella che ancora oggi dice: “Cu voli, pò” (chi vuole, può).
I Greci: il mare che diventa cultura
I coloni ellenici (VIII sec. a.C.) non furono invasori, ma semi. Portarono viti, ulivi, e un modo di pensare il mondo che sopravvive nel Griko, il dialetto greco-salentino ancora parlato in alcuni paesi. A loro si devono le fogge, le cisterne per l’acqua scavate nella roccia, e l’arte di fare il vino nelle lame, valli naturali dove i vigneti crescono protetti dal vento. Nei paesi come Gallipoli (“città bella” in greco) o Galatina, l’eredità greca è un’eco lontana: nei capitelli delle chiese, nelle danze che ricordano la tarantella, nel culto di San Pietro e Paolo, sostituti cristiani di Demetra e Dioniso.
Roma: strade, legge e la prima “globalizzazione”
I Romani trasformarono il Salento in un corridoio verso l’Oriente. La via Traiana e il porto di Brindisi erano arterie commerciali, ma la loro influenza più profonda fu nel diritto e nell’agricoltura. Le ville rustiche, antenate delle masserie, divennero fabbriche di olio e grano. Eppure, Roma qui fu meno imperiale e più contadina: lo dimostrano i piccoli templi rurali dedicati a divinità locali, come la dea Thana, assimilata poi a Diana.
Bizantini: monaci, grotte e icone sacre
Quando l’Impero d’Occidente cadde (V sec. d.C.), il Salento divenne terra di frontiera. I Bizantini, con la loro ossessione per il sacro, scolpirono chiese nella roccia (come quelle di San Pietro a Otranto) e riempirono le campagne di cryptae affrescate. Fu un’invasione mistica: monaci basiliani fuggiti dalle persecuzioni iconoclaste portarono il culto delle icone, l’arte del mosaico (vedi la Cattedrale di Otranto) e una spiritualità che mescolava Cristo ai riti della terra. Nei paesi, ancora oggi, le processioni notturne con le fiaccole ricordano le liturgie bizantine.
Saraceni: il terrore che insegnò a difendersi
Dall’827 d.C., le incursioni arabe segnarono il Salento più delle dominazioni. I pirati saraceni non costruirono monumenti, ma insegnarono ai salentini ad alzare torri d’avvistamento (come Torre San Gregorio), a costruire case con scale esterne per fuggire ai saccheggi, a nascondere il grano nelle neviere, fosse sotterranee. Il loro lascito? Parole come “gebbia” (cisterna, dall’arabo jabh), piatti come il cuscus di pesce a Gallipoli, e quell’ossessione per la pietra che rende i centri storici labirinti difensivi.

Normanni, Svevi, Angioini: castelli e federico II
Con i Normanni (XI sec.) arrivarono i feudi e i castelli a pianta quadrata (come quello di Acaya). Ma fu Federico II di Svevia, nel XIII secolo, a lasciare il segno più vivido: amante del Salento, cacciatore di cervi nelle foreste di Oria, costruì Castel del Monte (icona esoterica a 60 km dalla costa) e promosse la fusione tra cultura latina, araba ed ebraica. Gli Angioini, dopo di lui, portarono il gotico francese: provate a guardare il rosone della Basilica di Santa Croce a Lecce… prima che il Barocco lo inghiottisse.
Spagnoli: barocco, teatro e la “festa” come ribellione
Dal ‘500, gli Aragonesi fecero del Salento una terra di conquista e tasse. Ma in risposta all’oppressione spagnola, fiorì il Barocco: un’architettura esuberante, piena di gargoyle e fiori di pietra, come a Lecce. Fu un atto di resistenza: invece di castelli, i salentini costruirono chiese che erano teatro, con facciate che raccontavano storie bibliche come fossero commedie. Gli Spagnoli portarono anche il gusto per la festa popolare: le luminarie, i fuochi, i costumi sgargianti delle sagre sono un retaggio iberico rielaborato in chiave paganeggiante.
Il risultato? Un melting pot che non è folklore, ma DNA
Oggi, tutto questo vive in gesti quotidiani:
- Quando un contadino pianta un ulivo, lo fa come gli hanno insegnato i Greci.
- Quando una nonna stende la pasta su un canniccio (“massa“), ripete un gesto medievale.
- Quando durante la Notte della Taranta migliaia di persone ballano la pizzica, riecheggiano i rituali di guarigione greci, i ritmi arabi, la disperazione dei braccianti oppressi dagli Spagnoli.
Perché l’entroterra custodisce questa eredità meglio del mare?
Perché sulla costa, il vento cancella le tracce. Nell’entroterra, la pietra leccese – tenera da scolpire, dura da distruggere – conserva tutto. Nei paesi come Galatone, Cutrofiano o Soleto, ogni vicolo è un libro aperto: qui, un portale normanno si fonde con un balcone barocco; lì, una cripta bizantina ospita una festa con DJ. Il Salento non è un museo: è un cantiere aperto, dove i secoli non si susseguono, ma convivono.
E se oggi avverti che qui “il Mediterraneo respira”, è perché ogni invasione è stata un’onda che si ritira, lasciando conchiglie di cultura nella sabbia.
